giovedì, 28 agosto 2008
imeldacries
postato da: Nerobear alle ore 14:06 | Permalink | commenti
categoria:style, illustrazione, omosessualità, illustration, imelda, sovietic style
martedì, 26 agosto 2008
Visto che per fortuna non si vive di solo Village... Ecco qualche foto di Roma. A me è sempre piaciuto questo pezzo finale della Stazione Termini. A metà tra le piazze di De Chirico e i poster decò di Cassandre con i transatlantici. Un filo di delirio e un po' di razionalismo. Ma cuccatevi anche un pezzetto di Piazza di Spagna...

terminiquattroterminitreterminidue















































































spagnauno



































Gian
postato da: Nerobear alle ore 01:27 | Permalink | commenti (1)
categoria:architettura, roma, deco, anni trenta
martedì, 26 agosto 2008
Beh, rigà, a mo' di info: a Piazza di Spagna esiste una macchinetta automatica che distribuisce magliette di JustCavalli... no, dico... nel caso a qualcuno servisse al volo... Cazzo ma ci hanno bucato un palazzo, per farla? Ahahahah non ci si credeeee!!!
justcavallitrejustcavalliduejustcavalliuno






























Gian
postato da: Nerobear alle ore 01:17 | Permalink | commenti (7)
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mercoledì, 20 agosto 2008

Qui scrive Cesare (ricordate che è un blog a due):

Ed eccomi al primo post milanese. In questa Milano torva d'afa e di nessuno per strada. In questa culla spoglia che comunque mi nutre. Mi nutre in tanto, di cose nuove, e mi riporta vicino a quelle che sono le mie radici, ben salde e piantate nella terra d'Oltrepo'. Ed è proprio lì, nella mia campagna, mentre mi perdevo nelle strade di un bosco che conosco palmo a palmo che mi sono sentito lontano - frusciante. Vicinissimo a me, a quel cuore mio pulsante che incessantemente batte sporco di corteccia e di fiori volgari, comuni, parole di una poesia che è più simile ad una canzone popolare, ad un detto trito, ad un dimenticato proverbio dialettale. Mi sono ripreso per mano, per condurmi altrove da quel me che ha rotto la crisalide ma non si voleva veder farfalla. Molte domande mi sono rivolto e molte risposte mi sono dato mentre cercavo di spiegare le ali tutte accartociate. Molti sorrisi e molte lacrime mentre provavo a capire come farle funzionare. Ho balbettato colori e sudato suoni. Ho scoreggiato dimensioni ed eiaculato consonanti. Ho pianto foglie e ascoltato paesaggi. Ed ho preso contatto selvaggio, per pochissimi secondi, con quel non volermi accontentare che partorisce in ogni secondo, la mia irrequietudine. Che mi rende cittadino di niente, stridente accostamento. Ed ho pensato che quell'irraggiungibile vicinanza a me stesso, mi chiedeva solitudini. Solitudini buone, morbide, per niente secche ed ascetiche: necessarie distanze per capire ciò che voglio vicino. L'idea del perchè ho voluto condividere questo mio stato è piùttosto semplice: il proporre la mia convinzione (scevra da qualsiasi riferimento politico) che la massa non va da nessuna parte. Che finchè si cercherà di fare "gruppo" a tutti i costi si rimarrà invischiati in una marea di "non detti". Che la comunity è un'arma a doppio taglio, perchè se è vero che chi si sente solo e non capito può trovare accoglimento, è anche vero che in un attimo si trova preda dell'istinto dei più forti ed in difficoltà a far uscire il suo vero essere. Lo so, ho scoperto l'acqua calda, e mi rendo conto che una cosa più banale non la potevo dire, ma ci credo fermamente. Finchè noi froci ci barricheremo dietro la menata dei gruppi saremo sempre "non-persone". Saremo Orsi o Cacciatori, Fashion o Secche, Impegnati politicamente o "After-addicted", "Attive" o "Passive", e ci guarderemo tutti con disprezzo pronti a giurare a noi stessi che noi siamo migliori di loro. Tempo fa, avrò avuto diciott'anni, un amico gay, mio coetaneo ma già allora con il doppio di conoscenza della vita mia di adesso, che di anni ne ho 34, mi disse: "a morte il tuo gregarismo massificante", facendomi in primo luogo pensare a quanto era meschino il ragionamento che gli avevo proposto, e richiamandomi poi alla mente, uno stralcio di un'intervista ad Helmut Berger che avevo letto tipo verso i sedici anni: "...non ho mai avuto bandiere, neanche l'omosessualità lo è mai stata...". E lì ho capito. E questo mi sembra doveroso segnalare (dal mio miserissimo punto di vista): la bandiera può anche essere una cosa buona, ma non ci si deve mai nascondere dietro essa. Ed invece assistiamo sempre alle solite guerriglie puerili tra gruppi gay che sembrano volersi spartire il territorio a colpi di feste ed eventi, volti al solo scopo di fare soldi, a guisa di quelle cosche mafiose che tanto ci viene facile criticare. Ed a questo proposito, mi metto anche io in campo contro la Tessera Arci, che non voglio demonizzare, per carità, ma che voglio per un momento solo, rendere simblo della nostra fragilità: ai tempi del fascismo mia nonna andava a comperare il pane ed il latte con la tessera...non voglio avere una tessera per dovere comperare la mia identità perchè il fascismo ideologico di questa società mi considera "non-conforme" o "non decoroso" o "non adeguato". E mi permetto di suggerire un nuovo stile di "social life" che proprio l'altra sera ho inaugurato: sono andato al Company, conosciuto locale milanese e, essendo sprovvisto di tessera Arci, sono rimasto a far chiacchiera sul marciapiede antistante, salutando chi entrava e usciva e cercando di rimorchiare chi stava fuori a fumare. Così, un po' spoglio, che mi fa anche tanto "nuovo povero" che è la mia personale tendenza milanese per l'inverno. Ed arrivati a questo punto mi sento in dovere di salutare, ribadendo ancora una volta la necessità di coltivare la nostra individualità  per poter essere più propositivi, più costruttivi e perchè no, proprio in questo stato che non ce lo permette, più fecondi!

Cesare

P.S.: la tessera Arcigay costa di più della tessera Arci perchè è notorio che noi froci siamo ricchi perchè facciamo lavori creativi (data la nostra sensibilità) tipo l'architetto o lo stilista, e perchè noi non dobbiamo mandare dei figli a scuola....

P.P.S.: Abbasso il Gay Village.

postato da: Nerobear alle ore 16:53 | Permalink | commenti (4)
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domenica, 17 agosto 2008
Ora vorrei sapere cosa c'è di tanto gay (nel senso di gaio) in un posto dove dei buttafuori si sentono autorizzati a spaccare un labbro a qualcuno che non stava facendo proprio nulla di male? Possono nascere problemi, fraintendimenti, quello che vi pare, ma ci sono mille modi per trattare la gente. Ma picchiare qualcuno dovrebbe essere il più lontano dalla mentalità di chi sa bene sulla propria pelle cosa significa subire delle violenze, siano fisiche o psicologiche. Ma invece pare che, ossessionati come sempre dall'idea di controllare tutto, il village romano si doti di un servizio di sicurezza che non va molto per le spicce e quindi possono anche succedere questi "incidenti" (chiamiamoli così...).
Personalmente sono andato al village per due sere di seguito, e ho visto con i miei occhi due ragazzi buttati giù da un cubo su cui ballavano, in maniera molto violenta, strattonandoli (perché poi? Per fare spazio a un go go boy? boh...). Poi, il racconto di un mio amico, che in una banale discussione si è trovato un dito rotto e un labbro spaccato.
Resto allora della mia solita idea. Che il Gay Village non mi piace. Non mi piace un posto che si chiude su noi stessi, ben lontano dalla città (quest'anno poi, visibilità zero, in una conca a malapena visibile dalla Colombo), come un vero e proprio ghetto, e che poi al suo interno ripropone solamente quello che abbiamo già sperimentato fuori: regolette, intolleranza, clichè banali. Soprattutto la cosa che mi intristisce è che siamo noi stessi a riproporci da soli questi schemi. Invece di creare uno spazio libero in un contesto che libero lo è sempre di meno, ci stiamo abituando sempre più ad autocastrarci (e autocastrARCI, come scrivevo nel post precedente) e come sempre siamo i peggiori nemici di noi stessi. Io pure, non ne sono mica esente, e non è facile uscire dalla strada più semplice. Ma almeno ci provo. A non farmi accartocciare su me stesso da posti e situazioni che invece di farmi stare bene, mi tolgono sempre di più il fiato.
Smack! baci a tutti.
postato da: Nerobear alle ore 17:51 | Permalink | commenti (18)
categoria:diritti, violenza, omosessualità, omofobia, gay-village
mercoledì, 13 agosto 2008
Beh. L'idea era già abbastanza chiara prima delle vacanze. Ma dopo aver passato una decina di giorni ad Amsterdam ogni dubbio è sparito.
Ovvero. Basta tessera Arci. E già che ci siamo, che è estate, e che siamo a Roma, basta pure Gay Village. Spero di non dire troppe cose imprecise, ma il succo direi che torna.
La domanda ce la pongono sempre gli stranieri che vengono a Roma. Perché per andare in un locale gay in Italia dobbiamo fare una tessera, dare un documento di identità, pagare sette euro (mi pare) per una tessera mensile o quattordici (mi pare) per una tessera annuale, oltre a un ingresso e poi alle relative consumazioni (sempre parecchio care, tra l'altro)?
La risposta era sempre la stessa. La legge italiana vuole così. Se vuoi avere una darkroom, il locale non può essere un locale pubblico (altrimenti ogni atto sessuale viene catalogato come "atto osceno in luogo pubblico" e passibile quindi di multe, etc etc). Quindi saune, locali dove si può fare sesso etc devono essere degli spazi "privati", e la maniera più semplice è che siano delle "associazioni culturali". Sempre per semplificarci la vita, l'ARCIGAY ha fatto in modo di prepararci una tessera con un costo annuale ( ma anche in versione light per i visitatori) che valga in tutti i locali del circuito ARCIGAY.
Questa la pappardella che raccontiamo ai turisti che ovviamente non capiscono molto bene. A Madrid, ad Amsterdam, a Parigi, a Stoccolma, a Berlino, entri in un bar, bevi, scopi, esci, rientri, riesci, chiacchieri, passi da un locale all'altro, senza nessun problema, per nessuno. Ovviamente ci guardano come alieni.
Certo, è il solito segno di arretratezza rispetto a paesi meno omofobi e sessuofobi, e bla bla bla... ma che possiamo farci noi? Anzi che almeno c'è l'ARCI che... E via con la solita storia... Ma qualcosa non mi tornava. Mentre ad ogni viaggio mi godevo la libertà di gironzolare da un posto all'altro, se e come mi pareva e senza finire sul lastrico, a Roma vivo come un carbonaro. Entro in un locale, il rito del controllo della tessera, tutto un po' buio, nascosto, poi la solita birra a quattro-cinque-sei euro...la tessera arci è scaduta, fuori alrti quattrodici euro... E a un certo punto mi è mancata l'aria. Letteralmente. Mi sono fatto le stesse domande che si fanno gli stranieri, e non ho più trovato accettabili le risposte. Mi sono chiesto di nuovo: ma io cosa posso farci se la legge italiana è questa? E mi sono dato una nuova risposta. Che non vuole essere nè quella giusta, o l'unica possibile, ma è quella che mi sono dato io. SE l'ARCIGAY volesse davvero fare qualcosa per cambiare questo stato di arretratezza, dovrebbe essere l'ARCIGAY stessa a promuovere una campagna per cambiare la legge in Italia. A non accettarla per buona, a combatterla invece di avallarla ( e goderne peraltro i frutti, sia con i soldi degli "associati", ovvero noi, sia con i soldi dei locali affiliati, che mi pare paghin una quota annuale in cambio, si spera, di assistenza sulle questioni legali e burocratiche per aprire la fatidica associazione culturale... o no?). Non è un caso che se a Roma un embrione di "quartiere gay" è nato, è nato intorno a un bar aperto sulla strada, come il Coming Out, e non intorno ai soliti locali con porta-suona-apri-tessera-riaprilasecondaporta. Volere poi imporre a un centinaio di metri di strada l'etichetta di Gay Street secondo me è un altro discorso, purtroppo a Roma siamo ben lontani dall'avere una Chueca o un Marais... Per non dire tra l'altro che forse il bello sarebbe avere una città intera che accoglie, e non una stradina o un quartiere "dedicato"... ma questo è un discorso differente.
Insomma. Mi ritrovo di fronte al solito paradosso. C'è una associazione che lotta per i diritti degli omosessuali, gay lesbiche trans e quant'altro, che mobilita energie, forze, soldi, per portare avanti una lotta sulle coppie di fatto in maniera che si è dimostrata assolutamente fallimentare (vi ricordate i Pacs? e i Dico? E il prontissimo voltafaccia dei politici di "sinistra"? Ma vi ricordate anche la debolezza dell'ARCI nel cercare un contatto con un mondo che contatti con noi non ne ha mai voluti, voto a parte?). Questa stessa associazione ha tra l'altro richiesto "decoro" all'ultimo Pride nazionale per far vedere agli italiani tutti che siamo come tutti, buoni, cari, e inoffensivi (per la morale? per il paese? per la famiglia? per chi??).
Beh. Io invece voglio qualcosa di diverso. Non credo di dover dimostrare a chicchessia che sono "normale". Credo invece di dover essere libero di essere diverso, come peraltro tutti, e che questa diversità sia un valore da esaltare e non da reprimere. Così come il sesso non è una pratica da nascondere con pruderie. In fondo è la scelta sessuale/affettiva il nostro minimo comun denominatore. Intorno a cosa vogliamo costruire una vita differente e migliore per tutti noi ( e, sinceramente, anche per i non-omosessuali) se noi siamo i primi a censurARCI?
Quindi, dopo tutto sto papiro elettronico il succo è: perché devo avere una tessera di una associazione che in mille modi vuole convincerci/mi che l'unica strada possibile è l'omologazione, è essere buono bravo e inoffensivo, un bravo lavoratore che paga le tasse (anche se spesso poi i soldi delle suddette tasse finanziano anche iniziative omofobe) e rispetta le leggi (anche se le suddette leggi sono arretrate, omofobe, sessuofobe e maschiliste), e che sa stare al suo posto, sfilando ordinato e decoroso a un Pride che invece dovrebbe essere un Pride di emergenza assoluta? Perché?
Quindi basta tessera ARCIGAY, almeno per me. Esistono locali gay non-ARCIGAY, esistono le chat, le strade, discoteche, parcheggi, cinema porno... esistono mille altre possibilità che mi inventerò.

ps ma perché la tessera ARCI costa 5 euro e quella ARCIGAY 14????